Ho atteso invano che mister Di Francesco chiedesse scusa ai tifosi giallorossi per una prova imbarazzante. Niente di tutto questo. Eppure alla vigilia della gara con il Cagliari aveva parlato di furore agonistico. Quel che abbiamo visto in terra sarda, invece, è stato uno scempio. Giocatori impantanati nelle loro stesse sabbie mobili fisiche e mentali. Una squadra che lotta per non retrocedere non può giocare in questo modo. Senza cattiveria, senza ardore, senza grinta, senza un’anima. Altro che moduli. Ieri non c’era da salvare niente e nessuno. Anzi, si. Forse c’è da salvare il risultato, uno striminzito 1-0, visto la calgna di occasioni da rete per i sardi, condite da due legni. Ma la mortificazione per quanto visto in campo resta. Squadra lunga. Sfilacciata. Impacciata. Confusa. Pachidermica. Incapace di sviluppare una decente trama di gioco. Giocatori lontani dagli avversari con marcature preventive pressoché inesistenti. A corredo di tutto ciò un’infinità di passaggi sbagliati e di errori grossolani, figli (anche) di un tasso tecnico infinitamente basso. Il Cagliari ieri sembrava di un altro pianeta. Ora s’impone in cambio di passo immediato. Nella concentrazione, nella capacità di stare in campo, nell’attitudine ad essere squadra, nel comprendere che senza qualità e, soprattutto, senza garra e senza determinazione non si va da nessuna parte. Insomma, un Lecce troppo brutto per essere vero.
Di Francesco, sveglia: siamo solo alla terza giornata ma se questi sono i segnali c’è da preoccuparsi, tanto più che della famigerata continuità che dovrebbe far leva sulla conferma della guida tecnica, non vi è traccia. Per fortuna c’è chi vince sempre: sono i nostri splendidi tifosi. Loro sono da Champions League.




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