di Vincenzo Candido Renna, avvocato
Scrivo in prima persona perché l’Italia, quando si parla di cultura, ama nascondersi dietro la terza. È una prudenza che confina con la viltà. E perché Carmelo Bene – che non ha mai chiesto di essere capito, ma soltanto di essere attraversato – non sopportava i discorsi neutrali, le commemorazioni tiepide, la falsa oggettività di chi non rischia nulla.
In una sera d’inverno, a Nardò, lontano dai centri ufficiali del dibattito e per questo più vicino alla verità, si è parlato di Carmelo Bene non come di un reperto del Novecento, ma come di un problema ancora aperto. Ed è questo, oggi, che Bene rappresenta: un problema per un Paese che ha sostituito il pensiero con il commento, la profondità con la velocità, il silenzio con il rumore permanente.
Il luogo non è stato indifferente. Il “Caffè Letterario Neritonensis” non è una sala eventi, ma una forma di resistenza culturale. Da anni lavora in direzione ostinata e contraria: rallentare, approfondire, mettere in crisi. In un tempo che chiede alla cultura di essere intrattenimento o branding territoriale, questo spazio rivendica il diritto all’inattualità. Ed è proprio per questo che Carmelo Bene non poteva che essere discusso lì.
Il libro di *Flavio De Marco, “Carmelo Bene. Il superuomo del teatro italiano”, è un atto di coraggio intellettuale. Non perché parli di Bene, ma perché sceglie “quale” Bene affrontare. Non l’attore iconico, non il provocatore televisivo, non il personaggio ormai addomesticato dai frammenti social, ma il Carmelo Bene filosofo e mistico. Quello più difficile. Quello meno vendibile. Quello che rifiuta l’opera, l’identità, la rappresentazione.
La scrittura di De Marco è severa, concentrata, priva di indulgenze. Non accompagna il lettore: lo mette alla prova. È una scrittura che sottrae, che scava, che rifiuta l’aneddoto per inseguire il pensiero. In questo senso è profondamente beniana. De Marco non traduce Bene in un linguaggio semplificato; accetta, piuttosto, di seguirlo nel suo territorio più impervio: quello di un misticismo eretico, senza Dio, fondato sull’assenza, sul vuoto, sull’impossibilità di dire. Un misticismo che inquieta, perché non consola.
Il dialogo che ne è nato non è stato un esercizio accademico, ma un confronto vivo, spesso teso. Il pubblico – ed è qui il dato politicamente più interessante – non si è limitato ad ascoltare. È intervenuto, ha raccontato, ha dissentito, ha ricordato. Generazioni diverse, esperienze diverse, unite non da un’identità comune ma da una stessa esposizione al rischio del pensiero. In un Paese che parla molto e ascolta pochissimo, questo è un fatto controcorrente.
Decisivo, in questo quadro, è stato il momento musicale: la voce di Carmelo Bene restituita non come documento, ma come esperienza. Nessuna nostalgia, nessuna celebrazione. Solo una voce che agisce, che disorienta, che impone il silenzio. In quel silenzio – raro, prezioso, quasi intollerabile per l’orecchio contemporaneo – si è manifestato ciò che Bene ha sempre cercato: non la comprensione, ma l’attraversamento.
Oggi l’Italia celebra tutto e non affronta nulla. Trasforma i suoi spiriti più radicali in icone innocue, li musealizza, li neutralizza. Carmelo Bene resiste a questa operazione. Non perché sia inattaccabile, ma perché è incompatibile con la logica della semplificazione. Bene non unisce, divide. Non rassicura, inquieta. Non comunica, sottrae.
Se quella sera a Nardò ha avuto un senso, è stato questo: ricordare che la cultura non serve a confermare ciò che siamo, ma a metterlo in crisi. Che il pensiero non è un servizio, ma un rischio. Che il silenzio, a volte, dice più della voce.
Carmelo Bene, ne sono certo, non avrebbe approvato nulla.
Ed è forse l’unica forma di fedeltà possibile.




Facebook
Instagram
RSS